Enjoy the silence: guida all’ascolto postmoderno

Avremmo voluto scriverlo noi un articolo così denso e intenso, lunghissimo ma a suo modo sintetico e illuminato. “The Wall of Sound” è un articolo di Nikil Saval, apparso nel mese scorso su Internazionale e originariamente pubblicato nel magazine americano n+1.

E’ esattamente quello che con Soundscape stiamo cercando di portare avanti ormai da qualche anno: la musica come punto di partenza e media privilegiato nell’esperienza socioculturale delle persone, in base alla propria appartenenza geografica e al proprio background.

Nemmeno a farlo apposta proprio quest’anno a gennaio, Paolo e Ruggero hanno proposto nel nostro consueto workshop invernale un tema quanto mai azzeccato, analizzando le evoluzioni dei supporti musicali all’interno del mercato discografico e nei costumi delle diverse generazioni, partendo dal vinile per arrivare fino all’iPod e all’era digitale contemporanea, giocando poi con i ragazzi con una serie di applicazioni creative di questi supporti materiali, basta vedere il video per capire che cosa si è combinato.

Vorremo a questo punto chiamare in causa anche un musicofilo di tutto rispetto come Nick Hornby e sentire come sarebbe la sua versione di “High Fidelity” in salsa postmoderna, senza negozi di vinili da gestire o mixtapes da preparare con selezione certosina e playlist maniacali.

Giusto un paio di settimana fa alla Digital Week organizzata dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, abbiamo inoltre accennato al mutamento delle società, dei rapporti e dei comportamenti delle persone in base allo sviluppo della tecnologia e delle rinnovate dinamiche socioeconomiche, citando appunto questo articolo di Saval e volendo crearne un’estensione, allargando l’analisi a tutta la sfera dei social network.

Ora non possiamo che estrapolare le parti più significative di un articolo che vi invitiamo comunque a leggere per intero, ne varrebbe davvero la pena. Vengono citati Adorno, Bordieu e le loro diatribe, Joan Baez, John Cage e la celebre 4’33, Gainsbourg e i Beatles, of course

Proprio quello dei Beatles è un caso paradigmatico, citati in questo articolo come autentici promotori di rivoluzioni ed emancipazioni sociali tra i giovani dell’epoca, sono comunque perfettamente in tema con quanto stiamo dibattendo a livello di cultura digitale e di nuova concezione dei media culturali e di consumo. Qualche mese fa la celebre discografia dei Fab Four è entrati in vendita su iTunes, segnando un momento cruciale in cui un pezzo di storia della musica si è piegata, dopo lunga resistenza, alle leggi del mercato e alle normali abitudini consumistiche.

In effetti ora i Beatles tutti, con incredibile completezza, stanno dentro la mia library di iTunes, facilmente riversabili in un iPod e visto che ci siamo, anche in un iPhone. La facilità di fruizione mi ha portato comunque a non riuscire ad ascoltarli interamente nella loro mastodontica completezza, la “bulimia” da accumulo ci sta portando infatti a frazionare e disperdere le possibilità e le capacità di ascolto. Fa sorridere ripensare a come proprio i Beatles siano stati il mio primo approccio estetico alla musica, folgorato davanti alla tv, quando in un noioso pomeriggio invernale a 7 anni li ho visti esibirsi in “Let it Be“.

Da li è nato il mio rapporto personale con la musica (anche se qualche anno prima avevo esordito cantando in giro per casa “Ebony and Ivory” di Paul McCartney e Stevie Wonder), con mio fratello che ha creato un sorta di “best of” su una musicassetta da 90 minuti, 45 per lato, facendomi scrivere da solo i titoli delle canzoni e fornendomi così qualche primo rudimento di lingua inglese. Oltre a quelle storiche e preziosissime cassettine mi sono arrivati in mano anche i vinili (sempre di proprietà fraterna) degli stessi Beatles, che ancora oggi ascolto, apprezzandone l’utilizzo tecnico del diverso supporto e sonorità che ne conseguono, rendendomi conto sempre di più del gap temporale ed emotivo che si sta creando con questo tipo di situazioni.

Esaurita quest’ampia parentesi beatlesiana e autoreferenziale (ma ci sta, stiamo appunto dicendo che la fruizione musicale è un atto individuale ed ognuno porta con sè la propria esperienza!) per punti percorriamo un po’ a ritroso le considerazioni più interessanti di questo articolo…

Il supporto modifica gli atteggiamenti…
Due anni fa, in piena crisi finanziaria, il sociologo urbano Sudhir Venkatesh si chiedeva sul New York Times perché non fossero scoppiate delle rivolte di massa contro le banche. Dov’erano i forconi? E soprattutto dov’erano le folle? La risposta, secondo Venkatesh, era l’iPod: “Negli spazi pubblici serve un’interazione che crei la ‘mentalità di gruppo’. La maggior parte degli apparecchi come l’iPod tiene i cittadini separati gli uni dagli altri. Non puoi unirti a un movimento se non senti quello che dicono i partecipanti. Complimenti a mister Jobs per aver ostacolato i cambiamenti sociali”.

E la modalità “shuffle” ha il fatto il resto!
L’iPod promette l’emancipazione dalla questione del gusto. In un mondo basato sullo shuffle, quello che le persone ascoltano potrebbe essere sempre meno legato alla classe sociale e al potere d’acquisto. In altre parole: non sarà il gusto a rivelare le differenze di classe, ma l’assenza di gusto. Proprio come certi buongustai guadagnano punti per aver assaggiato di tutto, dal pesce palla al tè al burro di yak, così la persona che conosce e apprezza ogni genere di musica raggiunge una strana “raffinatezza attraverso la non selezione”. Ma questa presunta fuga dalla selezione finisce spesso per diventare la forma di selezione più estrema e fastidiosa.

Selezione vs. Non-Selezione
Una cassa di cento lp corrisponde più o meno a tre giorni di musica. Un qualunque iPod da 60 giga­byte ne custodisce cinquanta. Qualcuno di voi ha mai ascoltato, anche una sola volta, tutta la musica che ha?

La musica modernista come specchio dei movimenti sociali di fatto non esiste più.
Propinato fino alla nausea dai canali tv come una merce, il rock degli anni sessanta non ha più la carica che diede vita ai movimenti sociali dell’epoca. Eppure Jimi Hendrix, Janis Joplin, John Coltrane, Miles Davis, George Coleman, i Rolling Stones, i Beatles, Terry Riley, LaMonte Young e Steve Reich, anche se non hanno mai cantato una sola parola rivoluzionaria, erano tutti direttamente impegnati nei movimenti sociali, o molto vicini alle loro lotte.

La musica colta e il valzer dei generi nel panorama pop: due concetti agli antipodi.
Il numero di generi ha raggiunto livelli assurdi, possiamo citare decine di esempi senza neanche sforzarci: house, witch house, dub, dubstep, hardstep, dancehall, dancefloor, punk, post punk, noise, “Noise,” new wave, nu wave, no wave, emo, post emo, hip-hop, conscious hip-hop, alternative hip-hop, jazz hip-hop, hardcore hip-hop, nerdcore hip-hop, Christian hip-hop, crunk, crunkcore, metal, doom metal, black metal, speed metal, thrash metal, death metal, Christian death metal, e non dimentichiamo lo shoegazing. Intanto mille anni di musica colta europea sono raggruppati sotto un’etichetta sola: “classica”.

L’industria dei media si è adeguata su nuove logiche: la teoria della coda lunga, il modello del freemium, il capitalismo ibrido e la dialettica tra cultura RW (read & write) e RO (read only).
Se non trovavi quello che cercavi alla radio, toccava cercarlo su canali alternativi, continuando a stare attenti che di lì non passasse un industriale cattivo. Oggi l’industriale non ha più bisogno di monopolizzare i gusti musicali. Gli basta prendere qualche centesimo dal dollaro che paghiamo per scaricare una canzone. A volte non gli importa neppure di sapere se abbiamo pagato, basta che ascoltiamo la nostra musica rubata sul suo lettore di mp3, l’archiviamo nel suo computer e la mandiamo ai nostri amici attraverso la sua rete.

Il rifiuto dello shopping pop.
Lo shopping pop, quella musica di sottofondo che sentiamo nei centri commerciali e nei supermercati senza quasi notarla… Probabilmente il barista del locale sotto casa vostra per sopportare la noia dipende dalla voce lugubre ed esile di Bon Iver quanto voi dipendete dal caffè. L’iPod è l’oggetto che dobbiamo comprare per non rimanere indifesi contro la musica sempre più scadente usata per farci comprare roba: l’abbraccio mortale del tardo capitalismo in forma sonora.

Il silenzio… come non l’avevate mai sentito prima…
E se provassimo a non ascoltare nulla? Il silenzio è l’elemento del nostro mondo rumoroso che apprezziamo meno, e che minacciamo di seppellire brano dopo brano. Il silenzio è l’esperienza musicale più a rischio della nostra epoca. Aumentandolo, potremmo scoprire cosa stiamo cercando di soffocare con tutta questa musica, cosa non abbiamo la forza di sentire.

Alberto Antonello

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