I tweet di Piazza Tahir e lo “state of the art” dei social network

(tratto dal blog di Young Digital Lab)

Parlando di social media e più nello specifico di Facebook e Twitter, sono disponibili ora intorno a noi una serie incredibile di contenuti che ne spiegano dinamiche, funzionamento e curiosità tecniche: i media tradizionali ormai dedicano sempre maggior peso alla questione (dai tg ai programmi tv, passando non solo per riviste specialistiche ma anche per pubblicazioni generaliste), sia in termini di quantità di spazio informativo che come profondità di analisi. Si cade spesso in banalità ma molte volte invece l’analisi si fa seria e profonda.

Soprattutto tra la fine del 2010 e l’inizio dell’anno nuovo, quando si tracciano i bilanci delle stagioni appena trascorse e ci si lancia nelle previsioni sui dodici mesi a venire, se ne è parlato e scritto ovunque, dando ormai per assodato che non si tratta più di un fenomeno passeggero ma di una realtà, sulla quale si spende a volte un facile retorica (sia nel bene che nel male) ma dietro la cui facciata si nasconde molto di più.

Se da una parte, soprattutto in rete, aumentano tutte le nozioni tecniche su come ottimizzare al meglio l’utilizzo dei vari social network, vitaminizzando e dando enfasi alla “user experience”, dall’altra vi è anche una sostanziosa analisi sociologica di queste dinamiche e del loro effettivo peso sui rapporti tra le persone e sullo sviluppo della società.

Non vorrei apparire pressapochista, queste sono tutte considerazioni in fieri che a mio parere diventa importante focalizzare, perché a volte, presi dall’entusiasmo e dalla velocità delle ultime novità, ci si dimentica verso dove ci stiamo muovendo. Ho preso come spunto, in maniera semplice e quasi istintiva, gli stralci più interessanti tra la marea di contenuti in cui mi sono imbattuto, sia in rete che sulla carta stampa, soprattutto internazionale.

Ritengo si tratti di utili approfondimenti che riguardano l’utilizzo dei social media da parte delle persone ma che interessano nemmeno troppo indirettamente anche le aziende, e tutto il mondo del marketing e della comunicazione ad esse correlato, in quanto ora l’approccio e l’utilizzo dei social si fanno centrali proprio nella vita delle persone/utenti e vengono a potenziarsi non solo a livello strutturale queste piattaforme (vedi le recenti implementazioni delle pagine Facebook) ma si arricchisono anche linguaggi, grammatiche e dialettiche che sottendono la comunicazione online.

Basti pensare che persino il Papa Benedetto XVI qualche settimana fa ha detto la sua sui social network che “offrono ai cristiani nuove possibilità di incontro e dialogo”, non “demonizzando” per una volta dinamiche come quelle online facilmente ricche stereotipi e luoghi comuni ma suggerendo semplicemente un uso responsabile della rete, “rilevandone le potenzialità nello stabilire contatti tra le persone”. Tutte parole che vanno contestualizzate ma che sono sintomatiche rispetto all’argomento che stiamo trattando.

social media marketing

Alcuni interessanti infografici ci forniscono i dati recenti, per quanto riguarda l’utilizzo di Facebook, sia nella nostra penisola che worldwide: in Italia siamo arrivati a 18 milioni di profili, di cui 12 con accesso giornaliero e 4 da dispositivi mobile. Spostandoci su scala planetaria i numeri complessivi e alcune statistiche specifiche di utilizzo, ci invitano a riflettere: dell’oltre mezzo miliardo di utenti (circa una persona su 13 al mondo), un utente su due si collega almeno una volta al giorno, gli over 35 rappresentano ormai il 30% degli utenti, il 48% degli utenti tra i 18 e i 34 anni fanno il login appena svegli e il 28% da una rapida occhiata alle notifiche appena prima di dormire, direttamente dal proprio smartphone, con la testa già ben piantata sul cuscino. Se poi desiderate consultare anche altri dati eccovi serviti il link, dove la premessa è divertente e volutamente provocatoria: “Facebook profiles are like belly buttons: Everybody’s got one!” Oppure sullo stesso argomento c’è anche un video che provvede a riassumere al meglio lo scenario odierno.

In un mio recente viaggio all’estero mi sono poi imbattuto in un articolo all’interno della rivista francese Les Inrockuptibles (che va a sintetizzare le ricerche compiute da Réseaux, un’importante pubblicazione del settore sociologico), un must della cultura alternativa transalpina musicale e non solo, si schiera contro l’idea diffusa che Internet genererebbe legami sociali superficiali e non farebbe che compensare la debolezza della “sociabilità” reale. I ricercatori difendono qui la ricchezza di un media relazionale che permette la costruzione di nuovi legami sociali oltre alla messa in pratica di nuove forme di collettivo e di una nuova organizzazione delle relazioni:

lungi dall’isolare i suoi utilizzatori, il web rinforza al contrario i modi di partecipazione sociale e riattiva le collettività (…) il mondo online svela progressivamente la varietà delle sue pratiche e l’aspetto dei suoi adepti”.

L’osservazione sociologica mostra quindi come il virtuale non rimpiazzi il reale e il web diventi un media di relazione che può permettere di costruire legami che prima non esistevano, permettendo di trovare con facilità nuove risorse per la cooperazione e inscenare azioni collettive. Queste nuove forme di socialità si manifestano all’interno di sfere d’azione differenti: amicizie, attività amatoriali, professionali e vita politica.

La rete comincia così ad apparire come un mezzo utile, se non necessario, per rinforzare la vita sociale: gli utenti che hanno infatti numerosi legami virtuali e attività online, sono proprio quelli che hanno una fervida “socialità” nel mondo reale. Anche la politica stessa trova una ragion d’essere nella rete, una petizione online ad esempio diversifica le modalità di azione dei cittadini, rinforzando la partecipazione e l’innovazione.

Continuando l’analisi della stampa estera, non potevamo che imbatterci nella solita carrellata del New York Times che racconta le più importanti novità a livello sociale, culturale e tecnologico. Uno degli argomenti caldi dei dodici mesi appena passati è stato inevitabilmente quello dei social media, ritenuti ormai un “indice sociale“ e riassumendo così la rivoluzione ideologica e anche economica a cui stanno dando vita i social network: recenti studi compiuti all’interno delle principali piattaforme social stanno facendo scoprire come i milioni di post, status e tweet giornalieri comincino a rappresentare qualcosa di culturalmente ed economicamente inestimabile.

Un esempio semplice ma estremamente esplicativo è la ricerca condotta negli States nello scorso aprile su 2,8 milioni di tweet riguardanti 24 film. Le opinioni degli utenti alla fine hanno rispecchiato quello che sarebbe stato il loro andamento complessivo a livello di incassi economici. Allo stesso modo un altro team di ricerca ha classificato quasi 10 milioni di post su Twitter all’interno di sei categorie di umore (allegria, gentilezza, vigilanza, sicurezza, vitalità, calma), riuscendo a cogliere previsioni attendibili sui cambiamenti dell’Indice Dow Jones.

Il ruolo centrale che nuove piattaforme hanno all’interno della nostra storia odierna è testimoniato anche dai recentissimi avvenimenti (rivoluzionari) in Egitto, Tunisia e Libia che ne hanno corroborato, se ce ne fosse stato ancora bisogno, l’immagine e l’impatto mediatico, oltre che l’utilità sociale. E’ giusto comunque pesare il senso di questo cambiamento in un contesto più globale, come si accenna in un recente articolo (ripreso da Internazionale) del giornalista americano David Rieff:

Twitter e Facebook sono considerati indispensabili per il nostro stile di vita. In realtà quando facciamo il tifo per i tweet di Piazza Tahir facciamo il tifo per noi stessi. A questo punto potreste rispondere: che c’è di male, se poi ciò per cui facciamo il tifo a Tunisi o al Cairo sono gli ideali ai quali tendiamo come persone o come società, cioè la libertà personale e la democrazia rapprresentativa? E io risponderei: niente, basta non confondere la nostra condizione con la loro”.

Credo stia proprio qui il punto focale della nostra riflessione, Rieff chiede di non confondere appunto le due condizioni culturali, sociali ed economiche (la nostra con la loro) ma è anche vero che sottovaluta da un certo punto di vista il diffondersi di questi modelli di comunicazione e di tutta la tecnologia ad essi correlata: l’accesso alla rivoluzione non sarebbe certo bloccato senza Twitter e il web ma questi mezzi hanno sicuramente amplificato i fatti di cronaca e sensibilizzato in maniera più consistente l’opinione pubblica mondiale.

Se i social network non sono la rivoluzione, di certo sono stati eletti direttamente dalle persone come il mezzo migliore per poterla raccontare!

Alberto Antonello

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